In Angola si importa di tutto: dalle bevande ai tessuti, dalle scarpe alle mele, ai profumi, alle magliette, dai capelli finti alle forbici, dalle lampadine alle macchine. A parte la produzione industriale di birra, non esistono significative produzioni nazionali di beni di consumo. Capita dunque di friggere le patate in oli di semi proveniente dalla Turchia. Oppure di bere una bevanda gasata prodotta in Vietnam o un succo di mango (!) fatto in Portogallo, di mangiare mele del Sudafrica o salsicce prodotte in Algeria. O di comperare tessuti prodotti in Costa d’Avorio, pile fatte in Cina, coltelli provenienti dalla Korea, nonche’ sandali del Brasile, carne in scatola dell’Argentina, cotognata degli Emirati Arabi, fiocchi d’avena dell’Inghilterra, latte in polvere dell’Olanda, medicinali e sacchetti di plastica indiani. Per non parlare del riso o mais degli aiuti americani (ma l’emergenza qui non e’ finita anni fa?). E’ ormai uno sport controllare le etichette dei prodotti per stabilirne la provenienza, ridere del lungo viaggio inutile che molti di questi prodotti fanno e scuotere la testa davanti alle contraddizioni di questa povera ricca terra africana.
Thursday, 19 November 2009
Importazioni
In Angola si importa di tutto: dalle bevande ai tessuti, dalle scarpe alle mele, ai profumi, alle magliette, dai capelli finti alle forbici, dalle lampadine alle macchine. A parte la produzione industriale di birra, non esistono significative produzioni nazionali di beni di consumo. Capita dunque di friggere le patate in oli di semi proveniente dalla Turchia. Oppure di bere una bevanda gasata prodotta in Vietnam o un succo di mango (!) fatto in Portogallo, di mangiare mele del Sudafrica o salsicce prodotte in Algeria. O di comperare tessuti prodotti in Costa d’Avorio, pile fatte in Cina, coltelli provenienti dalla Korea, nonche’ sandali del Brasile, carne in scatola dell’Argentina, cotognata degli Emirati Arabi, fiocchi d’avena dell’Inghilterra, latte in polvere dell’Olanda, medicinali e sacchetti di plastica indiani. Per non parlare del riso o mais degli aiuti americani (ma l’emergenza qui non e’ finita anni fa?). E’ ormai uno sport controllare le etichette dei prodotti per stabilirne la provenienza, ridere del lungo viaggio inutile che molti di questi prodotti fanno e scuotere la testa davanti alle contraddizioni di questa povera ricca terra africana.
Thursday, 5 November 2009
Brasile
Capita che mi venga chiesto se sono brasiliana. Mi meraviglio sempre un po’ dato che non penso di avere un aspetto “tipicamente brasiliano” (almeno non nel senso che gli daremmo noi…). Basta però dare un’occhiata ad una delle (mille) telenovele brasiliane che si vedono alla tv per poter comprendere l’”equivoco”: la gioventù che vi viene presentata è spesso chiara di carnagione, frequenta eleganti scuole private che sembrano campus americani, veste come nei film di Hollywood. La presenza del Brasile non si sente soltanto attraverso gli show televisivi. Le scarpe ed i vestiti più ambiti sono brasiliani. Dire ad una ragazza che è vestita “alla brasiliana” è un complimento grande. I capelli finti più chic sono quelli “brasiliani” (anche se vengono dall’India e sono confezionati in Italia). Gli angolani ricchi vanno a fare “shopping” a Rio e São Paulo. L’Angola è piena di ingegneri ed imprenditori brasiliani in cerca di fortuna e le ragazze angolane vanno regolarmente “a caccia” di questi signori di cui comprendono la lingua (al contrario dei cinesi e dei libanesi) e che sono meno “estranei” rispetto ai cubani e considerati meno arroganti (e spesso più benestanti) dei portoghesi. Chi vuole distinguersi ed essere “alla moda” imita l’accento brasiliano ed il sogno di molti ragazzi è quello di, un giorno, conoscere questa “terra promessa”, senza sapere esattamente dove si trovi…
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