Non penso esista un “gene” della gentilezza, legato al colore scuro della pelle. Non credo che la povertà stimoli il senso di appartenenza alla comunità. Decenni di guerra tra connazionali e fratelli lasciano il segno, e la diffidenza qui in Angola non è certo una caratteristica rara da trovare… così come non è raro incontrare persone scortesi o addirittura aggressive nei negozi, nei ristoranti, e in generale nei luoghi pubblici. Non è neppure vero che gli “africani” sorridano sempre, perché, a dire la verità, ho visto sorridere molto di più gli inglesi… Non sono neppure convinta che i legami di “famiglia estesa” siano profondi e duraturi e non dettati da interessi e convenienza.
Tanto più ammiro ed apprezzo i momenti di gentilezza e di dolcezza che anche negli ambienti più avversi le persone riescono a ricreare: la mamma che allatta il suo bambino tra gli spintoni di una fila di gente in attesa; il cameriere che tratta con delicatezza ed attenzione i suoi ospiti, anche se gli si rivolgono in maniera scorbutica ed arrogante; il signore che mi tiene aperta la porta, ignorando i commenti “lo fa solo perché quella è bianca”; la signora che si occupa del nipote appena nato, perché la madre, rimasta incinta “per sbaglio”, non ha avuto il tempo di sviluppare un istinto materno; il bambino che divide il suo pasto col gattino trovato in mezzo all’immondizia; la ragazza che sorridente mi dice quanto è bello il colore dei miei occhi; i due ragazzi che camminano mano nella mano lungo la spiaggia, in un paese in cui è difficile vedere una coppia anche solo uscire di casa insieme; il papà che dedica tempo ai suoi bambini, piuttosto che fare il “macho” e bere birra al bar; il ragazzo che pazientemente spiega la lezione di matematica ai cuginetti più piccoli; l’adolescente che scrive poesie o suona la chitarra, canta nel coro della chiesa, balla al suono di un tamburo, si ferma a guardare la bellezza di un tramonto…