Thursday, 28 May 2009

Acqua


L’Angola e’ un paese ricco d’acqua: numerosi fiumi attraversano il paese e le montagne nascondono sorgenti di acqua tra le pietre. Tra le mille contraddizioni di questo paese vi e’ pero’ anche questa: l’acqua manca sempre nelle case. Il sistema di canalizzazione e’ inesistente o gravemente danneggiato ed antiquato. Se a Luanda la pressione demografica impedisce un’equa distribuzione dell’acqua, a Ganda, durante il tempo secco, l’acqua semplicemente non arriva a riempire i pochi pozzi e la gente e’ costretta ad andare a prendere l’acqua anche molto lontano dalle case.
Una recente novita’ a Ganda e’ il camion dell’acqua che passa nelle strade del centro una volta alla settimana (o quando l’autista ha voglia di lavorare), distribuendo acqua pulita del fiume Bonga. I vicini di casa si avvisano a vicenda dell’avvicinarsi del camion ed improvvisamente tutta la strada si anima di un corri-corri di donne e bambini armati di bacinelle colorate e di qualsiasi contenitore possa servire per trasportare acqua. L’autista ferma il camion ed apre un “rubinetto”, mentre tutti si avvicinano e tra schiamazzi e spinte riempiono bacinelle, botti, pentole, secchi, scodelle. Poi, con gesto autoritario, l’autista chiude la sua fontana e risale sul camion. Oggi le risate e gli schiamazzi si sono moltiplicati quando mi sono presentata con il mio secchio arancione. E mentre le donne ed i bambini intorno a me caricavano sulla testa pesi inimmaginabili, io ansimavo trasportando il mio misero secchio pieno verso casa. Forse dovremmo iniziare a fare questo “esercizio” anche in Italia per diminuire gli sprechi di questo liquido prezioso!

Wednesday, 27 May 2009

Incontri


Succede, a Ganda, di fare degli incontri assolutamente improbabili ed al contempo veramente divertenti.
La settimana scorsa mi sono imbattuta in un gruppo di bianchi, molto bianchi, davanti alla farmacia del PISI. Curiosa, ho salutato e chiesto loro da dove venissero. Mi sono rivolta a loro in portoghese, intuendo pero’ dopo poche parole che non mi stavano capendo. Per fortuna in quel momento si e’avvicinato un angolano rivolgendosi ai 5 uomini in una lingua vagamente familiare, ma incomprensibile. Dopo pochi minuti la conversazione era gia’ in pieno svolgimento, nonostante le evidenti barriere linguistiche. Il gruppo proviene dalla Repubblica Ceca, lavora il legno ad Alto Catumbela (una ventina di km da Ganda) e si trovava al PISI per comperare medicinali contro il paludismo.
Sono: Jarek, dalle lunghe trecce di capello finto, alla ricerca di uno stile di vita alternativo e “sciamanico” in Africa; Vratsh, imbronciato, pieno di tatuaggi e con l’aria di chi da queste parti non voleva venirci, ma e’ stato convinto dalla possibilita’ di fare i soldi, Bob, da 5 anni in Angola, parla 5 parole di umbundu e 4 di portoghese; Tomas, il piu’ giovane, sorride timido e sembra chiedersi come ci e’ venuto a finire qui; Miro, occhi azzurrissimi che devono gia’ aver fatto strage di cuori tra le ragazze di Alto Catumbela; Orlando, l’angolano che ha vissuto 20 anni nella Repubblica Ceca ed e’ ora a capo di quest’avventura nel bel mezzo dell’Africa. Il progetto e’ quello di avere successo con la lavorazione del legno con macchine sofisticate importate dalla Repubblica Ceca. Ad Alto Catumbela, durante la guerra, era stato rapito dall’UNITA (le truppe ribelli di Jonas Savimbi) un gruppo di cechi che lavoravano alla fabbrica di carta. Uno era stato ucciso. E’ facile immaginare che questi ragazzi e signori abbiano sogni simili a quelli dei loro predecessori. E’ anche un sollievo pensare che sicuramente a questi andra’ molto meglio in questo paese in folle crescita in cui l’iniziativa “capitalistica” e lo spirito di avventura, con un pizzico di fortuna e di spregiudicatezza possono portare grandi frutti.

Wednesday, 20 May 2009

Aiutare il PISI

Per ulteriori informazioni sul P.I.S.I. scrivete a sandra.donofrio@aiutareibambini.it

Se volete aiutare il progetto, siamo grati per donazioni su uno dei seguenti conti correnti:

Numero di conto: 1196699031001

Intestato a: Projecto de Insercao Socio-Infantil

Banca: BFA

IBAN: AO06000600001196699031125

SWIFT: BFMXAOLU

oppure

Account number: 1000/00000100

Intestato a: Sandra D’Onofrio

Banca: Banca di Trento e Bolzano

IBAN: IT66B0324011610100000000100

Oppure donate alla Fondazione Aiutare i Bambini, citando PISI – Angola nella vostra donazione.

Grazie!

Telenovela

Oggi ho partecipato ad una scena che sembrava direttamente uscita da una telenovela (e non delle migliori!). Nel primo pomeriggio, appena dopo pranzo mi si e’ presentato in casa il signor Manuel, il proprietario della casa che stiamo affittando, assieme ad una serie di persone che non conoscevo.Personaggi:

- signor Manuel: il proprietario della casa, nonche’ di un bar a Ganda e noto per parlare tanto e bere ancora di piu’

- dona Filomena: la moglie del signor Manuel, che pero’ vive a Benguela, separata dal marito, assieme ai figli gia’ adulti

- il nipote del signor Manuel: lui c’e’ sempre, ovunque e pare che partecipi a qualsiasi attivita’ del municipio

- un figlio del signor Manuel e della signora Filomena: non ha detto una parola e non penso si sia neppure presentato.

Dopo una lunga sfilza di iniziale salamelecchi sulla salute mia, della mia famiglia, delle persone che lavorano in casa, del signor Manuel, di dona Filomena e tutto il clan, dona Filomena arriva al punto: fin qui (e siamo entrati nella casa all’inizio di aprile) non e’ stato pagato nessun affitto e quindi lei non riesce a pagare la retta per l’universita’ di uno dei figli. La guardo sbalordita, spiegando che anche se non e’ stato possibile pagare l’affitto per un anno intero (come era stato inizialmente richiesto), ci eravamo accordati col signor Manuel di pagare 3 mesi per volta e che, anzi, avevamo gia’ pagato 4 mesi fino a qui. Non faccio in tempo a finire di parlare che il signor Manuel conferma di aver ricevuto i soldi dell’affitto. Dibattiamo lungamente sulla differenza dei contratti d’affitto in Italia ed in Angola e sulla nostra impossibilita’ di pagare tutto in una volta e faccio sempre piu’ fatica a capire la ragione di questa improvvisata “riunione”.

Dona Filomena ripete che e’ importante fare le cose “in due” e che la moglie deve sapere cosa fa il marito, anche se vivono separati. Mi chiede infine il numero di telefono e di avvisarla la prossima volta che sara’ pagata una “rata” dell’affitto. Nessun problema. Poi mi chiede di lasciarmi il suo numero di conto in modo da versare i soldi direttamente li’ invece di darli al marito. E qui inizia il putiferio: il marito alza la voce e la accusa di poca fiducia nei suoi confronti. Lei ribatte dicendo che lui non ha senso di responsabilita’ nei confronti del figlio. E inizia un gran battibecco matrimoniale, di cui mi trovo involontaria ed imbarazzata spettatrice. Che dire? Mi permetto di commentare che forse e’ il caso di portare la discussione in casa, di chiarirsi tra loro per poi dirmi come preferiscono procedere. Alche’ il signor Manuel accusa la consorte di volerlo “svergognare” in pubblico e dona Filomena ribatte dandogli del ladro e dell’irresponsabile. La scena continua per altri 15 minuti, durante i quali faccio veramente fatica a non scoppiare a ridere. Finalmente, il nipote dice che forse non e’ il caso di continuare la discussione qui e la “famigliola” si “ritira” con un nulla di fatto, o quasi: continuero’ a pagare l’affitto al signor Manuel e avvisero’ la moglie di ogni transazione avvenuta. Immagino la signora a correre da Benguela a Ganda ogni volta che ci sara’ un pagamento per evitare che i soldi siano spesi in birra prima del suo arrivo!

Friday, 15 May 2009

Fratelli


In Africa ci si rende conto di come i nostri concetti di fratello (o sorella), di cugino, in generale di famiglia, siano limitati e limitanti.
Io, per esempio, pur venendo da una famiglia del Sud d’Italia, conosco appena i figli dei cugini di mio padre, vedo poco i miei zii e non so neppure chi siano i nipoti dei fratelli di mio nonno.
Qui a Ganda, invece, è “mano” sia un fratello, sia un fratellastro, sia un cugino di primo grado. Il concetto, elasticamente, si estende fino a comprendere tutti i componenti di una stessa fascia di età, indipendentemente da legami di sangue. Dopo un iniziale e timido “amiga” spesso anch’io divento “mana” nonostante l’evidente differenza di colore!
Il “titolo” crea poi un vero e proprio legame, una parentela ideale che non può essere ignorata. Se quindi un anziano è rispettosamente chiamato “pai” (padre) o avô (nonno), la sua autorità indiscussa e la sua opinione tenuta in ogni caso in considerazione.
E così ogni persona investita di potere è automaticamente un “mais velho”, un anziano che va ascoltato ed obbedito.
Immaginate invece cosa succederebbe se iniziassimo a riferirci ai nostri parlamentari e ministri come “vecchietti”!

Viaggi


Raggiungere certi luoghi in Angola non è mai facile né scontato. E così ogni viaggio, ogni piccolo spostamento si trasforma in avventura, in imprevedibile catena di eventi che (forse) si concluderà con un arrivo.

I viaggi qui modificano i concetti di tempo e spazio che abbiamo nella nostra mente. Prendiamo, ad esempio, il viaggio da Ganda alla missione di Kapusso (dove la Fondazione “Aiutare i Bambini” sta costruendo un centro medico che servirà una popolazione di circa 40.000 persone): poco più di 60 km. Durata del viaggio? Beh, dipende… E’ marzo? La stagione delle piogge (di quelle piogge torrenziali, spaventose, che smottano montagne di sicuro deformano le strade in terra battuta) può far allungare il tragitto fino a farlo durare 6-7 ore. D’altra parte è possibile anche rimanere impantanati con la jeep e dover aspettare una notte intera prima che arrivi soccorso. Senza rete telefonica è diffcile chiamare qualcuno per avere aiuto!

Oppure può succedere che uno dei ponti lungo la strada (di solito una serie di tronchi legati tra loro) sia crollato e che si sia costretti a deviazioni di molti chilometri.

Prima o pi però si arriva a destinazione: con la schiena indolenzita dai salti sulla strada “bucata”, con gli occhi stanchi ed il viso impolverato, assetati ed affamati. Si scende, infine, dalla macchina, per sentire sulla pelle un’aria fresca e secca di montagna (siamo oltre i 1.800 m.s.l.d.m.), nelle narici un odore di “verde” e nelle orecchie nulla se non il frusciare delle foglie al vento ed il vociare di persone sedute a chiacchierare sulla soglia di semplici casette fatte di fango e sterpi.

Anche se non rimane quasi nulla della vecchia missione (la chiesa, la casa dei preti, la scuola, la casa degli insegnanti – tutto è stato distrutto durante la guerra civile), si intuisce che questo doveva essere un posto idilliaco molti anni fa, ed è impossibile fare a meno di desiderare che torni al più presto tale ed anzi migliore di prima