In Angola si importa di tutto: dalle bevande ai tessuti, dalle scarpe alle mele, ai profumi, alle magliette, dai capelli finti alle forbici, dalle lampadine alle macchine. A parte la produzione industriale di birra, non esistono significative produzioni nazionali di beni di consumo. Capita dunque di friggere le patate in oli di semi proveniente dalla Turchia. Oppure di bere una bevanda gasata prodotta in Vietnam o un succo di mango (!) fatto in Portogallo, di mangiare mele del Sudafrica o salsicce prodotte in Algeria. O di comperare tessuti prodotti in Costa d’Avorio, pile fatte in Cina, coltelli provenienti dalla Korea, nonche’ sandali del Brasile, carne in scatola dell’Argentina, cotognata degli Emirati Arabi, fiocchi d’avena dell’Inghilterra, latte in polvere dell’Olanda, medicinali e sacchetti di plastica indiani. Per non parlare del riso o mais degli aiuti americani (ma l’emergenza qui non e’ finita anni fa?). E’ ormai uno sport controllare le etichette dei prodotti per stabilirne la provenienza, ridere del lungo viaggio inutile che molti di questi prodotti fanno e scuotere la testa davanti alle contraddizioni di questa povera ricca terra africana.
Thursday, 19 November 2009
Importazioni
In Angola si importa di tutto: dalle bevande ai tessuti, dalle scarpe alle mele, ai profumi, alle magliette, dai capelli finti alle forbici, dalle lampadine alle macchine. A parte la produzione industriale di birra, non esistono significative produzioni nazionali di beni di consumo. Capita dunque di friggere le patate in oli di semi proveniente dalla Turchia. Oppure di bere una bevanda gasata prodotta in Vietnam o un succo di mango (!) fatto in Portogallo, di mangiare mele del Sudafrica o salsicce prodotte in Algeria. O di comperare tessuti prodotti in Costa d’Avorio, pile fatte in Cina, coltelli provenienti dalla Korea, nonche’ sandali del Brasile, carne in scatola dell’Argentina, cotognata degli Emirati Arabi, fiocchi d’avena dell’Inghilterra, latte in polvere dell’Olanda, medicinali e sacchetti di plastica indiani. Per non parlare del riso o mais degli aiuti americani (ma l’emergenza qui non e’ finita anni fa?). E’ ormai uno sport controllare le etichette dei prodotti per stabilirne la provenienza, ridere del lungo viaggio inutile che molti di questi prodotti fanno e scuotere la testa davanti alle contraddizioni di questa povera ricca terra africana.
Thursday, 5 November 2009
Brasile
Capita che mi venga chiesto se sono brasiliana. Mi meraviglio sempre un po’ dato che non penso di avere un aspetto “tipicamente brasiliano” (almeno non nel senso che gli daremmo noi…). Basta però dare un’occhiata ad una delle (mille) telenovele brasiliane che si vedono alla tv per poter comprendere l’”equivoco”: la gioventù che vi viene presentata è spesso chiara di carnagione, frequenta eleganti scuole private che sembrano campus americani, veste come nei film di Hollywood. La presenza del Brasile non si sente soltanto attraverso gli show televisivi. Le scarpe ed i vestiti più ambiti sono brasiliani. Dire ad una ragazza che è vestita “alla brasiliana” è un complimento grande. I capelli finti più chic sono quelli “brasiliani” (anche se vengono dall’India e sono confezionati in Italia). Gli angolani ricchi vanno a fare “shopping” a Rio e São Paulo. L’Angola è piena di ingegneri ed imprenditori brasiliani in cerca di fortuna e le ragazze angolane vanno regolarmente “a caccia” di questi signori di cui comprendono la lingua (al contrario dei cinesi e dei libanesi) e che sono meno “estranei” rispetto ai cubani e considerati meno arroganti (e spesso più benestanti) dei portoghesi. Chi vuole distinguersi ed essere “alla moda” imita l’accento brasiliano ed il sogno di molti ragazzi è quello di, un giorno, conoscere questa “terra promessa”, senza sapere esattamente dove si trovi…
Tuesday, 20 October 2009
Gentilezza
Non penso esista un “gene” della gentilezza, legato al colore scuro della pelle. Non credo che la povertà stimoli il senso di appartenenza alla comunità. Decenni di guerra tra connazionali e fratelli lasciano il segno, e la diffidenza qui in Angola non è certo una caratteristica rara da trovare… così come non è raro incontrare persone scortesi o addirittura aggressive nei negozi, nei ristoranti, e in generale nei luoghi pubblici. Non è neppure vero che gli “africani” sorridano sempre, perché, a dire la verità, ho visto sorridere molto di più gli inglesi… Non sono neppure convinta che i legami di “famiglia estesa” siano profondi e duraturi e non dettati da interessi e convenienza.
Tanto più ammiro ed apprezzo i momenti di gentilezza e di dolcezza che anche negli ambienti più avversi le persone riescono a ricreare: la mamma che allatta il suo bambino tra gli spintoni di una fila di gente in attesa; il cameriere che tratta con delicatezza ed attenzione i suoi ospiti, anche se gli si rivolgono in maniera scorbutica ed arrogante; il signore che mi tiene aperta la porta, ignorando i commenti “lo fa solo perché quella è bianca”; la signora che si occupa del nipote appena nato, perché la madre, rimasta incinta “per sbaglio”, non ha avuto il tempo di sviluppare un istinto materno; il bambino che divide il suo pasto col gattino trovato in mezzo all’immondizia; la ragazza che sorridente mi dice quanto è bello il colore dei miei occhi; i due ragazzi che camminano mano nella mano lungo la spiaggia, in un paese in cui è difficile vedere una coppia anche solo uscire di casa insieme; il papà che dedica tempo ai suoi bambini, piuttosto che fare il “macho” e bere birra al bar; il ragazzo che pazientemente spiega la lezione di matematica ai cuginetti più piccoli; l’adolescente che scrive poesie o suona la chitarra, canta nel coro della chiesa, balla al suono di un tamburo, si ferma a guardare la bellezza di un tramonto…
Saturday, 17 October 2009
"Ulonga"
Non penso esista una traduzione letterale per la parola umbundu “ulonga”. Si tratta di un “rituale” di saluto tra persone, tipico della zona (ma credo diffuso un po’ in tutta l’Africa). Due persone si incontrano dopo non essersi viste per un giorno, un mese, 10 anni. L’incontro può essere casuale oppure programmato, ma prima di “arrivare al punto” ognuno racconta ciò che è successo nella sua vita dall’ultimo incontro. Si va dunque da un semplice “ho passato bene la notte” a racconti di anni passati all’estero, matrimoni nel villaggio, morti, parti, raccolti andati particolarmente bene o male, visite di persone importanti, avvenimenti in qualche modo degni di nota. La cosa può durare anche ore, ma non ho mai visto nessuno spazientirsi (anche se ho visto gente addormentarsi durante un’“ulonga” particolarmente estesa) ed è considerato estremamente maleducato chi “taglia corto” sul saluto.
Wednesday, 14 October 2009
Benzina
L’Angola produce petrolio. E ne produce tanto da aver quest’anno superato la produzione di greggio della Nigeria (primo produttore d’Africa finora) e da collocarsi tra i primi posti dei paesi produttori di petrolio.
Nonostante comprenda che non è necessariamente una forte produzione a garantire la distribuzione in tutto il paese, questi dati mi provocano particolare e personale rabbia, ogni volta che si tratta di fare benzina.
Quando si trova un benzinaio aperto, bisogna essere sufficientemente fortunati affinché ci sia anche benzina. Poi l’ostacolo da superare sono interminabili file di macchine, moto e persone con ogni sorta di contenitore che comperano benzina per i generatori in casa o per rivenderla sul mercato nero.
L’altro giorno, a Benguela, mi sono trovata ad aspettare pazientemente in fila per quasi un’ora, solo per poi sentirmi dire che la benzina era finita… Fortuna che sto pian piano imparando la “virtù” della pazienza (o rassegnazione) africana.
Saturday, 10 October 2009
Papa'
Mio papà mi chiede sempre come sia una mia giornata “tipo” in Angola. Diciamo che nel paese degli imprevisti è più difficile di quanto sembri rispondere a questa domanda. E’ comunque possibile fare un tentativo. A Ganda ci si sveglia abbastanza presto e questo vale anche per me che sono nota invece per far fatica a riprendere coscienza prima delle 8 di mattina. L’alba è tra le 5.30 e le 6.00 durante tutto l’anno e quando il sole inizia a filtrare per le finestre è naturale alzarsi per iniziare la giornata. Ci vuole un caffè, preparato sul fornello a gas in cucina, assieme ad una tazza di latte (in polvere, purtroppo). Avere a disposizione solo due bacinelle e dell’acqua fredda, rende la “procedura bagno” più lunga rispetto alla media europea. Tra le 7 e le 8 (l’orario “flessibile” è sicuramente un’invenzione angolana) arrivano tia Luciana e sua figlia Tetè. Tia Luciana è cuoca dai “tempi del colono” e prepara il pranzo. Non può mancare la zuppa, seguita da piatti locali che variano a seconda della stagione e la disponibilità di cibi al mercato. Tetè invece si occupa di fare le pulizie, la spesa al mercato e di trasportare l’acqua. Mentre le due donne armeggiano in casa, di solito faccio accendere il nostro piccolo generatore per poter lavorare al computer un paio di orette: controllo la posta elettronica, preparo relazioni sull’andamento dei lavori, leggo qualche notizia “del mondo”. Capita spesso che il lavoro venga interrotto da qualcuno che batte alla porta: Alfredo mi porta le sue ultime fatture, David mi informa di un problema alla scuola del PISI, Nely passa semplicemente per salutare, la vicina di casa mi lascia la sua figlioletta di 2 anni per qualche ora per andare a lavorare, alcuni bambini della scuola passano per vedere se “mana Sandra” ha dei biscotti…
Ad un certo punto il profumo proveniente dalla cucina annuncia che è già ora di pranzo. Pranzo dunque assieme a tia Luciana, Tetè e Antonio o Miguel (le guardie della casa), nonché di solito qualche visita annunciata oppure no. Nel pomeriggio faccio un giro alla scuola per vedere come procedono i lavori, ascoltare le lamentele del direttore ed escogitare qualche idea su come trovare altro materiale scolastico, riparare i banchi dei ragazzi, incentivare gli insegnanti. Da lì mi dirigo alla farmacia del PISI per trovare ancora l’infermiera Luzia, prima che la farmacia chiuda, per fare il resoconto della giornata ed ascoltare le sue difficoltà sia sul lavoro che in casa. Ne approfitto poi per fare una piccola passeggiata prima che tramonti il sole. Quando inizia a scendere la sera vado casa per accendere nuovamente generatore e pc, lavorare ancora un po’ su resoconti e programmazione dei lavori, chiacchierare con amici e parenti in Europa, scrivere qualche storia per il blog. Preparo poi la cena improvvisando qualche piatto italiano con gli ingredienti a disposizione e la condivido con la guardia di turno. Infine la lettura di un libro ed un’altra giornata a Ganda volge al termine.
Tutto questo ovviamente quando: il generatore funziona, l’acqua nel pozzo c’e’, tia Luciana non ha mal di schiena, Tetè non è raffreddata e non capita qualcuna delle mille emergenze che possono sorprendere anche nelle giornate apparentemente più calme e rilassate!
Wednesday, 7 October 2009
Supermercati
Attaccapanni, deodoranti, profumi per macchina, fiori finti, spazzolini, camicie da uomo, arance, pigiami, lampadine, banane, smalto per unghie, tergicristalli, orecchini, scope, collane, bigiotteria, tappeti, radioline, bottiglie d’acqua, capelli finti, dvd, ciabatte, il nuovo codice stradale, cornici, cd musicali, poltrone, caramelle, i discorsi di Savimbi, sedie di plastica, spugne, montature per occhiali, arachidi, magliette per bambini, calcolatrici, santini, borse… tutto venduto nelle strade di Luanda, da ragazzetti che caricano con grazia pesi che sembrano impossibili da sostenere.
Polizia
La polizia in Angola mi ha già fermata per i motivi più svariati ed “interessanti”: una foto al mercato che in quanto luogo pubblico non si può fotografare; un semaforo rosso sapientemente nascosto dietro ad un albero; il semplice fatto di essere bianca ed a passeggio a piedi in città. Una volta a causa di un libretto scaduto ho passato tre ore alla stazione di polizia prima che un prete amico venisse a “riscattarmi”.
La scena più divertente è però successa l’altro ieri, nel viaggio da Ganda a Benguela. Assieme alla mia collega Elena della Fondazione AIB siamo partite da Ganda con la jeep alla volta di Benguela. Poco prima di Cubal la polizia stava fermando tutte le macchine per dei controlli. Il poliziotto che ci ha fermate per fortuna era di buon umore e non ha insistito molto nel tentare di ottenere una “gazzosa” (la “mancia” locale). Ha però pensato di testare la macchina. Quindi si e’ piazzato di fronte al cofano ed a gesti mi ha chiesto di accendere prima la freccia sinistra, poi quella destra; poi i fari ed infine i tergicristalli.
Dopo una decina di minuti siamo potute ripartire e dopo esserci guardate siamo scoppiate a ridere a causa della più strana “operazione stop” mai vista!
Wednesday, 23 September 2009
Raccolta differenziata
A Luanda ci sono i bidoni per la raccolta differenziata. Ci si chiede però se non siano lì per una mera questione decorativa: sono colorati e posizionati in bella vista lungo una delle strade principali della città. E sempre rigorosamente vuoti.
In qualche modo questo tocco di eco-chic in una delle città più sozze del mondo, in cui solo l’anno scorso un’epidemia di colera ha ucciso centinaia di persone, non fa neanche più sorridere, ma solo rabbrividire.
La stessa sensazione vale per il percorso “ginnico” nel bel mezzo delle quattro corsie di una delle strade più trafficate della città, per le montagne di spazzatura affianco ad ospedali nuovissimi e tirati a lucido, i rigagnoli di acqua sudicia lungo i marciapiedi dei quartieri ricchi…
E nonostante questi paradossi micidiali, queste contraddizioni mortifere, Luanda rimane la meta sospirata per moltissimi angolani, il luogo dove realizzare i propri sogni, fare soldi e vivere appieno lo “sviluppo” del paese…
Buio
Ricordate un black out in Italia? Quel silenzio strano, la sensazione di insicurezza, una dimenticata paura del buio che risorge?
Sarà che in Angola la temporanea mancanza di luce è all’ordine del giorno, anche in città, ma l’effetto qui completamente diverso. Anzi, a dire la verità non c’è “effetto”. Ieri, ad esempio, eravamo seduti a cena, a Benguela, la seconda città di Angola per dimensioni e numero di abitanti. Improvvisamente la luce se n’è andata. Buio pesto (del resto chi conosce la flebile illuminazione delle luci di emergenza qui?). La conversazione a tavola è continuata senza la minima interruzione, neppure un lieve sussulto per dare atto alle cambiate condizioni “atmosferiche”. Si è continuato a sentire il rumore delle posate nei piatti, dei bicchieri portati alla bocca e poi posati, il lieve frusciare dei tovaglioli. Io non riuscivo neppure a vedere la mia mano posata sulla tovaglia chiara e sono rimasta immobile per paura di far cadere il bicchiere, mancare il piatto, perdere i bocconi nel percorso verso la bocca.
Dopo qualche minuto la luce è tornata; e mentre io uscivo da una specie di stato di “congelamento”, il resto della tavolata ha continuato a ridere e chiacchierare come se niente fosse. Evidentemente anche il buio è una questione di percezione!
Thursday, 13 August 2009
Il potere dei meccanici
Da quando sono qui in Angola, invece, mi è capitato più di una volta desiderare che, invece del corso di, che so, “sociologia 2”, ci fosse stata l’opzione di “meccanica di base”all’università’.
Andare dal meccanico qui è come andare dal medico: ogni “specialista” ha una diagnosi diversa e propone una cura diversa. Per di più ognuno critica il lavoro dei colleghi, con l’unico scopo apparente di irritare e confondere il cliente. Il tutto viene condito con una serie infinita di termini tecnici, uno sfregare di mani unte di olio e di solito si conclude con una fattura “da svenimento”.
Del resto qui si è alla mercé dei meccanici, visto che senza il loro aiuto si finisce appiedati in un paese in cui i trasporti pubblici sono quasi inesistenti e non certo dei più sicuri!
Wednesday, 22 July 2009
Esinaida

Esinaida ha 8 anni, due occhi scuri enormi, gambette magre magre ed un espressione furba in viso. Quando mi vede, sorride e “mana Sandra”, mi saluta, agitando la manina. Se sono in macchina ne approfitta per chiedere un passaggio, non importa molto dove, l’importante e’ poter salire nella macchina e farsi vedere dai compagni di scuola. Qualcosa mi dice che non dovrei fare preferenze e che, iniziando così, tra non molto mi troverò a fare da autista a tutti gli 800 bambini della scuola del P.I.S.I. Ma il sorriso raggiante e lo sguardo soddisfatto di Esinaida seduta sul sedile a guardare intenta fuori dal finestrino per salutare tutti quelli che passano, rende impossibile negarle questo favore.
L’altro giorno, chiudendo la porta della macchina, si e’ ferita un dito. Sanguinava, ma Esinaida non ha aperto bocca e non ha versato neanche una lacrima. All’infermeria del P.I.S.I. le abbiamo disinfettato il ditino e messo un cerotto. Nulla di grave, ma mi chiedo se poi vorrà ancora giocare al “copilota”…
Monday, 6 July 2009
Kizungu (parentesi rwandese)

La storia di oggi viene dal Rwanda, ma penso trovi comunque posto in questo blog perché purtroppo rispecchia la situazione di molti bambini in tutta l’Africa ed in tutto il mondo.
Oggi, in visita alla località di Muhororo, siamo passati anche in un piccolo “orfanotrofio” locale, in cui una quindicina di bambini vivono in un’unica stanza, in condizioni di estrema povertà. L’accoglienza di questi piccoli è commovente: mi corrono incontro, mi prendono per mano, mi abbracciano le gambe, forse perché in quanto “muzungu” (= bianca) ricordo loro la suora francese che lavorava qui fino ad un paio di anni fa. O forse perché hanno talmente tanto bisogno di affetto che qualsiasi persona che rivolga loro lo sguardo è anche amica.
Tra loro c’è un bambino piccolissimo che tutti subito iniziano a chiamare scherzosamente “kizungu” cioè “piccolo muzungo”, perché mi si è attaccato ad una mano e non mi molla più. Mi dicono che ha 6 anni mentre come corporatura e statura ne dimostra due e mezzo. Veste solamente una maglietta sporca e strappata e le sue gambette rachitiche fanno fatica a sostenere il peso del resto del corpo. Ha due occhioni enormi che parlano di una sofferenza senza limiti, ma anche di un germoglio di speranza che è impossibile far morire.
Riesco solo a pensare che ormai non esiste veramente più nessun motivo perché un bambino come “kizungu” debba vivere in quelle condizioni e non abbia l’opportunità’ di svilupparsi e crescere come tanti altri suoi coetanei. Nessun motivo. Ed abbiamo tutti la responsabilità di fare qualcosa affinché tutti i piccoli “kizungu” possano veramente sperare in un futuro migliore.
Monday, 29 June 2009
Comunicazione
Anche se è un cliché, viviamo nell’era della comunicazione e già è difficile ricordare come erano i tempi prima di internet e dei telefoni cellulari. Per assurdo, questo vale anche per Ganda. Non abbiamo elettricità costantemente, né acqua corrente, però quasi in ogni casa ormai c’è almeno un telefono cellulare. Un telefono prodotto in Cina si compra per l’equivalente di 20 euro, rendendolo abbordabile per quasi tutti. I costi delle telefonate sono ancora proibitivi, tanto che ormai chi chiede la “mancia” la chiede in forma di “saldo” (cioè credito per il telefono). Ricordo, per contrasto, la prima volta che arrivai in Angola, quando chi chiedeva la “mancia”, chiedeva una “gazoza” (nient’altro che una bevanda gasata)!
La copertura di rete è tutt’altro che eccezionale e mi è già successo di passare giorni accendendo il cellulare ogni paio d’ore per verificare se la rete fosse “tornata”.
Quello della rete è anche il perfetto argomento di conversazione per gli incontri casuali; un po’ come parlare del tempo: “visto, ancora una volta senza rete! È proprio un problema. Pensare che dovevo assolutamente chiamare tal dei tali a Benguela per metterci d’accordo sul nostro prossimo incontro”. È anche la scusa perfetta per rendersi irreperibili: “sai, ero in un’area senza copertura…”
Ci sono poi i posti come Tchikuma, in cui la rete mobile ancora non è arrivata, perché il prossimo ripetitore è troppo lontano. È però conoscenza comune che a circa 15 km dalla sede municipale esiste un punto in cui i telefoni cellulari “prendono”. Basta fermarsi vicino a quel tronco di albero, salire su quella pietra ed alzare il braccio con il telefono finché appare il segnale. E nessuno rimane stupito vedendo l’altro in quel preciso punto in quella posizione ridicola, ma anzi ci si mette in fila per aspettare il proprio turno per chiamare il familiare che sta in ospedale con un bambino malato, o il fidanzatino lontano, o la mamma andata in città per vendere i fagioli raccolti la settimana prima, o il capo in attesa di aggiornamenti, o il fornitore per negoziare l’arrivo del prossimo camion di mercanzie da vendere nel negozietto locale.
Monday, 15 June 2009
Visti
Dalle difficoltà legate all’ottenimento di un visto sia per entrare che per rimanere nel paese si capisce quanto l’Angola sia un paese ambito dagli stranieri (secondo stime non ufficiali, solo l’anno scorso sono stati emessi 200.000 visti di lavoro a cittadini portoghesi, la comunità d’immigrazione più significativa).
Per ottenere un visto di entrata nel paese è necessaria una trafila lunghissima, le cui regole non sono mai del tutto chiare a nessuno. Inoltre è necessaria una buona dose di pazienza e di programmazione anticipata, dato che l’emissione del visto può richiedere svariate settimane.
Ottenere invece un visto di lavoro della durata di un anno è una battaglia quasi epica contro lungaggini burocratiche, impiegati super-indaffarati, pile di carte e documenti ed ore ed ore passate in anticamere di uffici nella speranza di essere finalmente ricevuti ed ottenere il sospirato timbro ufficiale. La soddisfazione della “vittoria” è pari soltanto alla stanchezza di giornate passate in nervosa attesa.
Sunday, 14 June 2009
Capelli
Mi dicono che ho capelli di bambola e capita spesso che qualcuno mi chieda di toccarli. Le bambine vi passano le manine sghignazzando, le ragazze provano a farmi qualche treccia per rinunciare subito ridendo.
Io invece sono affascinata dai riccioli neri e fittissimi e soprattutto dall’incredibile varietà di acconciature che osservo sulle teste delle ragazze (e anche dei ragazzi più “modaioli”).
Il commercio dei capelli è prospero ed è possibile acquistare una ciocca di capelli finti in varie tinte per 5 euro oppure spenderne svariate centinaia per capelli umani, provenienti per lo più dal Sud asiatico. Per trovare il tipo di capello più di moda (al momento spopola un riccio morbido chiamato “capello brasiliano”) le ragazze sono disposte a viaggiare anche fino a Luanda.
Il vizio femminile dei capelli perfetti è proprio un vizio universale!
Thursday, 28 May 2009
Acqua
Una recente novita’ a Ganda e’ il camion dell’acqua che passa nelle strade del centro una volta alla settimana (o quando l’autista ha voglia di lavorare), distribuendo acqua pulita del fiume Bonga. I vicini di casa si avvisano a vicenda dell’avvicinarsi del camion ed improvvisamente tutta la strada si anima di un corri-corri di donne e bambini armati di bacinelle colorate e di qualsiasi contenitore possa servire per trasportare acqua. L’autista ferma il camion ed apre un “rubinetto”, mentre tutti si avvicinano e tra schiamazzi e spinte riempiono bacinelle, botti, pentole, secchi, scodelle. Poi, con gesto autoritario, l’autista chiude la sua fontana e risale sul camion. Oggi le risate e gli schiamazzi si sono moltiplicati quando mi sono presentata con il mio secchio arancione. E mentre le donne ed i bambini intorno a me caricavano sulla testa pesi inimmaginabili, io ansimavo trasportando il mio misero secchio pieno verso casa. Forse dovremmo iniziare a fare questo “esercizio” anche in Italia per diminuire gli sprechi di questo liquido prezioso!
Wednesday, 27 May 2009
Incontri

Succede, a Ganda, di fare degli incontri assolutamente improbabili ed al contempo veramente divertenti.
La settimana scorsa mi sono imbattuta in un gruppo di bianchi, molto bianchi, davanti alla farmacia del PISI. Curiosa, ho salutato e chiesto loro da dove venissero. Mi sono rivolta a loro in portoghese, intuendo pero’ dopo poche parole che non mi stavano capendo. Per fortuna in quel momento si e’avvicinato un angolano rivolgendosi ai 5 uomini in una lingua vagamente familiare, ma incomprensibile. Dopo pochi minuti la conversazione era gia’ in pieno svolgimento, nonostante le evidenti barriere linguistiche. Il gruppo proviene dalla Repubblica Ceca, lavora il legno ad Alto Catumbela (una ventina di km da Ganda) e si trovava al PISI per comperare medicinali contro il paludismo.
Sono: Jarek, dalle lunghe trecce di capello finto, alla ricerca di uno stile di vita alternativo e “sciamanico” in Africa; Vratsh, imbronciato, pieno di tatuaggi e con l’aria di chi da queste parti non voleva venirci, ma e’ stato convinto dalla possibilita’ di fare i soldi, Bob, da 5 anni in Angola, parla 5 parole di umbundu e 4 di portoghese; Tomas, il piu’ giovane, sorride timido e sembra chiedersi come ci e’ venuto a finire qui; Miro, occhi azzurrissimi che devono gia’ aver fatto strage di cuori tra le ragazze di Alto Catumbela; Orlando, l’angolano che ha vissuto 20 anni nella Repubblica Ceca ed e’ ora a capo di quest’avventura nel bel mezzo dell’Africa. Il progetto e’ quello di avere successo con la lavorazione del legno con macchine sofisticate importate dalla Repubblica Ceca. Ad Alto Catumbela, durante la guerra, era stato rapito dall’UNITA (le truppe ribelli di Jonas Savimbi) un gruppo di cechi che lavoravano alla fabbrica di carta. Uno era stato ucciso. E’ facile immaginare che questi ragazzi e signori abbiano sogni simili a quelli dei loro predecessori. E’ anche un sollievo pensare che sicuramente a questi andra’ molto meglio in questo paese in folle crescita in cui l’iniziativa “capitalistica” e lo spirito di avventura, con un pizzico di fortuna e di spregiudicatezza possono portare grandi frutti.
Wednesday, 20 May 2009
Aiutare il PISI
Per ulteriori informazioni sul P.I.S.I. scrivete a sandra.donofrio@aiutareibambini.it
Se volete aiutare il progetto, siamo grati per donazioni su uno dei seguenti conti correnti:
Numero di conto: 1196699031001
Intestato a: Projecto de Insercao Socio-Infantil
Banca: BFA
IBAN: AO06000600001196699031125
SWIFT: BFMXAOLU
oppure
Account number: 1000/00000100
Intestato a: Sandra D’Onofrio
Banca: Banca di Trento e Bolzano
IBAN: IT66B0324011610100000000100
Oppure donate alla Fondazione Aiutare i Bambini, citando PISI – Angola nella vostra donazione.
Grazie!
Telenovela
- signor Manuel: il proprietario della casa, nonche’ di un bar a Ganda e noto per parlare tanto e bere ancora di piu’
- dona Filomena: la moglie del signor Manuel, che pero’ vive a Benguela, separata dal marito, assieme ai figli gia’ adulti
- il nipote del signor Manuel: lui c’e’ sempre, ovunque e pare che partecipi a qualsiasi attivita’ del municipio
- un figlio del signor Manuel e della signora Filomena: non ha detto una parola e non penso si sia neppure presentato.
Dopo una lunga sfilza di iniziale salamelecchi sulla salute mia, della mia famiglia, delle persone che lavorano in casa, del signor Manuel, di dona Filomena e tutto il clan, dona Filomena arriva al punto: fin qui (e siamo entrati nella casa all’inizio di aprile) non e’ stato pagato nessun affitto e quindi lei non riesce a pagare la retta per l’universita’ di uno dei figli. La guardo sbalordita, spiegando che anche se non e’ stato possibile pagare l’affitto per un anno intero (come era stato inizialmente richiesto), ci eravamo accordati col signor Manuel di pagare 3 mesi per volta e che, anzi, avevamo gia’ pagato 4 mesi fino a qui. Non faccio in tempo a finire di parlare che il signor Manuel conferma di aver ricevuto i soldi dell’affitto. Dibattiamo lungamente sulla differenza dei contratti d’affitto in Italia ed in Angola e sulla nostra impossibilita’ di pagare tutto in una volta e faccio sempre piu’ fatica a capire la ragione di questa improvvisata “riunione”.
Dona Filomena ripete che e’ importante fare le cose “in due” e che la moglie deve sapere cosa fa il marito, anche se vivono separati. Mi chiede infine il numero di telefono e di avvisarla la prossima volta che sara’ pagata una “rata” dell’affitto. Nessun problema. Poi mi chiede di lasciarmi il suo numero di conto in modo da versare i soldi direttamente li’ invece di darli al marito. E qui inizia il putiferio: il marito alza la voce e la accusa di poca fiducia nei suoi confronti. Lei ribatte dicendo che lui non ha senso di responsabilita’ nei confronti del figlio. E inizia un gran battibecco matrimoniale, di cui mi trovo involontaria ed imbarazzata spettatrice. Che dire? Mi permetto di commentare che forse e’ il caso di portare la discussione in casa, di chiarirsi tra loro per poi dirmi come preferiscono procedere. Alche’ il signor Manuel accusa la consorte di volerlo “svergognare” in pubblico e dona Filomena ribatte dandogli del ladro e dell’irresponsabile. La scena continua per altri 15 minuti, durante i quali faccio veramente fatica a non scoppiare a ridere. Finalmente, il nipote dice che forse non e’ il caso di continuare la discussione qui e la “famigliola” si “ritira” con un nulla di fatto, o quasi: continuero’ a pagare l’affitto al signor Manuel e avvisero’ la moglie di ogni transazione avvenuta. Immagino la signora a correre da Benguela a Ganda ogni volta che ci sara’ un pagamento per evitare che i soldi siano spesi in birra prima del suo arrivo!
Friday, 15 May 2009
Fratelli
Io, per esempio, pur venendo da una famiglia del Sud d’Italia, conosco appena i figli dei cugini di mio padre, vedo poco i miei zii e non so neppure chi siano i nipoti dei fratelli di mio nonno.
Qui a Ganda, invece, è “mano” sia un fratello, sia un fratellastro, sia un cugino di primo grado. Il concetto, elasticamente, si estende fino a comprendere tutti i componenti di una stessa fascia di età, indipendentemente da legami di sangue. Dopo un iniziale e timido “amiga” spesso anch’io divento “mana” nonostante l’evidente differenza di colore!
Il “titolo” crea poi un vero e proprio legame, una parentela ideale che non può essere ignorata. Se quindi un anziano è rispettosamente chiamato “pai” (padre) o avô (nonno), la sua autorità indiscussa e la sua opinione tenuta in ogni caso in considerazione.
E così ogni persona investita di potere è automaticamente un “mais velho”, un anziano che va ascoltato ed obbedito.
Immaginate invece cosa succederebbe se iniziassimo a riferirci ai nostri parlamentari e ministri come “vecchietti”!
Viaggi
Raggiungere certi luoghi in Angola non è mai facile né scontato. E così ogni viaggio, ogni piccolo spostamento si trasforma in avventura, in imprevedibile catena di eventi che (forse) si concluderà con un arrivo.
I viaggi qui modificano i concetti di tempo e spazio che abbiamo nella nostra mente. Prendiamo, ad esempio, il viaggio da Ganda alla missione di Kapusso (dove la Fondazione “Aiutare i Bambini” sta costruendo un centro medico che servirà una popolazione di circa 40.000 persone): poco più di 60 km. Durata del viaggio? Beh, dipende… E’ marzo? La stagione delle piogge (di quelle piogge torrenziali, spaventose, che smottano montagne di sicuro deformano le strade in terra battuta) può far allungare il tragitto fino a farlo durare 6-7 ore. D’altra parte è possibile anche rimanere impantanati con la jeep e dover aspettare una notte intera prima che arrivi soccorso. Senza rete telefonica è diffcile chiamare qualcuno per avere aiuto!
Oppure può succedere che uno dei ponti lungo la strada (di solito una serie di tronchi legati tra loro) sia crollato e che si sia costretti a deviazioni di molti chilometri.
Prima o pi però si arriva a destinazione: con la schiena indolenzita dai salti sulla strada “bucata”, con gli occhi stanchi ed il viso impolverato, assetati ed affamati. Si scende, infine, dalla macchina, per sentire sulla pelle un’aria fresca e secca di montagna (siamo oltre i 1.800 m.s.l.d.m.), nelle narici un odore di “verde” e nelle orecchie nulla se non il frusciare delle foglie al vento ed il vociare di persone sedute a chiacchierare sulla soglia di semplici casette fatte di fango e sterpi.